Il boom del digital food delivery

di Silvia Becattini
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Ah, la consegna a domicilio… Quest’anno si può dire che sia entrata a far parte delle abitudini della maggior parte degli italiani, anche a causa della pandemia, che ci ha costretti in casa per diverso tempo. Il settore del digital food delivery ha segnato il segno “+” durante il 2020. Un dato positivo sia per quanto riguarda i fruitori, sia per il campo della ristorazione: infatti, sono aumentati di molto i ristoranti diventati partner di app di food delivery. Come è successo con Just Eat, che ha visto un incremento del 30% dei ristoranti partner, con una richiesta fino a 6 volte superiore durante il periodo di lockdown, in cui l’unica soluzione per continuare a restare a galla era rappresentata proprio dalla consegna a domicilio. (fonte: Just Eat)

Dai dati del report di Just Eat “Mappa del cibo a domicilio“, si evidenzia il dato macro sul digital food delivery. Nel 2020 la percentuale si attesta tra il 20 e il 25% dell’intero settore a domicilio, contro il 18% del 2019. Un forte aumento che comporta dei cambiamenti anche al livello sociale e nel mondo del lavoro. Infatti, insieme alla crescita di questa “nuova” modalità di acquistare cibo tutta digitale, è nata anche una nuova figura lavorativa: il rider.

I riders e la gig economy

Quello che per molti è diventato un lavoro, per altri un “lavoretto” per guadagnare qualcosa in più e arrotondare lo stipendio, è stato ed è ancora al centro di molte polemiche, soprattutto in merito alla tutela dei lavoratori. Questo lavoro accessorio, rientra nel meccanismo della gig economy. Il neologismo inquadra una nuova frontiera del lavoro sempre più in espansione:

Modello economico basato sul lavoro a chiamata, occasionale e temporaneo, e non sulle prestazioni lavorative stabili e continuative, caratterizzate da maggiori garanzie contrattuali.

Fonte: Treccani

Insomma, i riders anche in Italia sono sempre di più. Durante l’ultimo anno sono addirittura raddoppiati (circa 15.000 prima del Covid, dopo circa 30.000). Spesso si muovono nel traffico delle grandi città in bicicletta o in scooter. Il fatto che questo lavoro sia essenzialmente basato su una paga oraria e sul rispetto dei tempi di consegna previsti dall’app con la quale si collabora fanno sorgere dei dubbi sulla sicurezza dei fattorini 2.0. Il rischio di incidenti, soprattutto in grandi città con flussi di traffico costanti, sembra essere dietro l’angolo.

Che sia un buon punto di partenza per un modo diverso di intendere la mobilità? Magari il prossimo passo potrebbe essere l’adozione di sistemi intelligenti sui mezzi di trasporto, a garanzia di un minor rischio d’incidenti per chi fa lavori come questo.

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