Legge elettorale, Follini: “Destra e sinistra ‘complici’ sperano nei prodigi del voto ‘contro'”

Legge elettorale, Follini: “Destra e sinistra ‘complici’ sperano nei prodigi del voto ‘contro'”

(Adnkronos) – “Più i muri si ergono solenni, più si sbriciolano a contatto con la realtà delle cose. Più si oppongono orgogliosamente l’uno all’altro, più scoprono di avere difetti e lacune in comune. Più celebrano se stessi, meno la celebrazione appare convincente. Non è la nostalgia del centrismo. Semmai è la delusione delle ali. Di ‘queste’ ali e del loro modo di volare basso. 

In questi giorni s’è palesata in tutta evidenza la crisi del centrodestra. Dopo anni e anni in cui questa parte s’era vantata (con qualche riscontro dalla sua, per la verità) della propria maggior tenuta e coesione, il voto sulle preferenze ha reso evidente quanto fragile fosse quella sua ostentata unità. E’ bastata un’occasione, quella del voto segreto, per dare la stura a malumori che serpeggiavano fin quasi dall’inizio della legislatura. Con tutte le conseguenze che la cronaca di queste ore ha reso evidenti e che la retorica ufficiale non basta più a nascondere. 

Ma appena qualche giorno prima, in quel di Napoli, in mezzo a una folla piuttosto sparuta, il cosiddetto campo largo aveva mostrato anch’esso le sue crepe. Tra la sdegnosa esclusione di Renzi e di tutta l’ala riformista e alcune parole in libertà sulla politica estera. Quelle di Conte, soprattutto, che quella sera mostrava di considerare la guerra in Ucraina e gli sforzi delle cancellerie europee quasi al modo in cui li racconta Peskov, il marmoreo, ineffabile portavoce del Cremlino. 

In entrambi i casi si continua a far finta che il problema non esista e che, anzi, l’unità dei propri cari sia il principale titolo per ambire alla governabilità del paese. Così Meloni si è affrettata a minimizzare la sconfitta subita nel voto segreto dell’altro giorno. E Schlein ha evitato con cura di muovere anche solo una timida obiezione agli strafalcioni geopolitici del suo principale alleato (e competitore). Il copione esige appunto che le due metà della politica continuino indefesse a celebrare la saldezza dei loro schieramenti. Confidando nella credulità dei loro elettori. O forse piuttosto nella loro rassegnazione. 

E’ una sorta di circolo vizioso. Destra e sinistra sperano entrambe nei prodigi del voto “contro”. E cioè nel fatto che vi sia una tale avversione contro gli avversari da far passare sotto silenzio i dissensi che attraversano il proprio schieramento. Qui si nasconde, in fondo, la complicità tra i due blocchi. Entrambi infatti hanno bisogno di demonizzare gli altri per poter regalare qualche certezza a se stessi. Insistendo in un gioco di specchi che li fa involontariamente somigliare -nelle parole, nelle posture, nelle retoriche che si incrociano- più di quanto non si rendano conto. Il gioco della radicalizzazione rivela insomma alla fine un alto grado di complicità tra i combattenti in armi giunti ormai alle soglie della campagna elettorale. 

Ora, suona stucchevole ogni richiamo al galateo. Il problema infatti non è tanto l’asprezza dei contrasti, è la finzione del racconto. La verità è che queste due combinazioni che hanno preso forma, da una parte e dall’altra, finiscono per somigliarsi più di quanto non dicano. Perché per quanto profonde siano le differenze che le caratterizzano, è lo schema di gioco che finisce inesorabilmente per accomunarle. Protese entrambe a raccogliere voti in nome del ‘pericolo’ che sta dalla parte opposta. E a darsi una disciplina rigorosa sventolando ogni volta lo spettro di Annibale alle porte. 

Così, le coalizioni si cementano solo invocando il pericolo che sta dall’altra parte. E però, demonizzandosi a vicenda, i due blocchi svelano la loro stessa complicità. Vecchio gioco in cui tutte e due le parti confidano che l’altra sia abbastanza minacciosa da galvanizzare i propri cari. Senza mai dare a vedere tutto quello che, sotto sotto, finisce con l’accomunare quei due blocchi tenuti insieme dall’equivoco e dallo spauracchio. Il mito della governabilità futura poggia sulle spalle di un racconto meno veritiero di quel che sembra”. (di Marco Follini) 

 

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