Judas Priest: “Non esistono più band come la nostra o Black Sabbath”

Judas Priest: “Non esistono più band come la nostra o Black Sabbath”

(Adnkronos) – Se oggi l’heavy metal possiede un immaginario riconoscibile, un codice estetico e un suono che ha attraversato generazioni di band, una parte importante del merito è dei Judas Priest. Nati nella Birmingham che ha dato i natali anche ai Black Sabbath, la band guidata dall’inconfondibile voce del ‘Metal God’ Rob Halford ha contribuito a definire un intero genere. E oltre cinquant’anni dopo, continua a guardare avanti: mentre il documentario ‘The Ballad Of Judas Priest’ si prepara a raccontarne il percorso come mai prima d’ora e la raccolta ‘The Best Of Judas Priest’ celebra una carriera costruita album dopo album, il gruppo è già tornato in studio per lavorare al successore di ‘Invincible Shield’ (2024). Una dimostrazione di come i Priest continuino a considerare il futuro importante quanto il proprio passato. In attesa del ritorno in Italia per quattro date del ‘Faithkeepers Tour’ (il 3 settembre al Parco San Valentino di Pordenone, il 5 settembre al Teatro Clerici di Brescia, il 7 settembre alla Fiera del Levante di Bari e il 9 settembre all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma) l’AdnKronos ha intervisato il chitarrista Richie Faulkner per parlare del momento che sta vivendo l’heavy metal e di cosa significhi oggi raccogliere e portare avanti il nome Judas Priest. Con una certezza: “Band come Judas Priest, Black Sabbath, Iron Maiden, Motörhead e Metallica non avranno mai dei veri ‘eredi’”. 

I Judas Priest hanno sempre avuto un legame speciale con i fan italiani e state per tornare in Italia con quattro concerti. Cosa dobbiamo aspettarci da questi show e qual è il vostro rapporto con il pubblico italiano?
 

“Abbiamo sempre avuto un grande rapporto con i fan italiani. Credo che fin dall’inizio siano stati al fianco della band, alcuni fin dal primo giorno. Qualcuno è ancora lì, continua a venire ai concerti e sembra che in Italia ci siano sempre nuovi fan. Ogni volta che torniamo troviamo persone che vedono la band per la prima volta. Sarà un concerto rumoroso, un classico concerto dei Judas Priest, quello che tutti amiamo. E lo dico anche da fan, so cosa aspettarmi quando i Priest arrivano in città. Ci saranno grandi canzoni e tanto heavy metal suonato ad alto volume, insieme alla fantastica comunità di cui facciamo parte. Non vediamo l’ora”. 

I Judas Priest hanno ispirato generazioni di band in tutto il mondo e influenzato praticamente ogni sottogenere. Come ci si sente a sapere che la vostra musica ha contribuito a plasmare l’heavy metal?
 

“È davvero incredibile. Lo dico sempre: quando i ragazzi hanno iniziato, non credo esistesse nemmeno l’heavy metal. Penso che il termine non fosse ancora stato inventato e loro lo hanno creato. Insieme ad altre band hanno dato vita a quello che oggi chiamiamo heavy metal. Negli ultimi oltre cinquant’anni è cresciuto fino a diventare enorme. Posso immaginare quanto sia straordinario per loro vedere fan che, nel corso degli anni, hanno avuto figli e li hanno portati ai concerti. E ora sono proprio quei figli, diventati genitori, a portare a loro volta i propri figli ai concerti. Deve essere una sensazione incredibile vedere milioni di persone in tutto il mondo amare così tanto il metal da farlo diventare parte della propria vita. Io sono nella band da quindici anni e ogni volta che torno in Italia ci sono sempre persone nuove. Magari ascoltano i Priest per la prima volta. Oppure andiamo in una città o in un Paese dove non siamo mai stati prima. Per me è una sensazione incredibile dopo quindici anni. Per la band deve essere assolutamente sconvolgente”. 

Siete stati tra gli inventori dell’heavy metal insieme ai Black Sabbath e condividete anche la stessa città d’origine, Birmingham. C’è qualcosa di speciale in questa città?
 

“Credo che fosse la stessa generazione del dopoguerra. Qualunque cosa stesse accadendo a Birmingham in quel periodo dopo la guerra deve aver giocato un ruolo importante. Forse il clima, la politica dell’epoca o il modo in cui si sentivano le persone che cercavano di esprimere qualcosa per uscire da quell’ambiente. Glenn Tipton, il chitarrista, raccontava spesso che lavorava per la British Steel e che riusciva a sentire i martelli delle fabbriche: forse quel suono è entrato inconsciamente nella loro musica. Ma diceva anche che proprio quella realtà gli faceva nascere il desiderio di lasciarla. Ha sempre pensato che nella vita ci fosse qualcosa di più, e questo lo ha spinto a cercare un’alternativa attraverso la musica, a uscire da quell’ambiente e costruire qualcosa di più positivo. Forse anche questo ha avuto un ruolo. Resta il fatto che Judas Priest e Black Sabbath, entrambi in prima linea nella nascita dell’heavy metal provenivano dalla stessa città, è davvero incredibile”. 

Tu sei entrato nei Judas Priest nel 2011, raccogliendo un’eredità importante. Come hai trovato il giusto equilibrio tra il rispetto per la storia della band e il desidrio di lasciare una tua impronta personale?
 

“Bella domanda. Credo che si debba fare ciò che si sente giusto. E’ una questione di equilibrio tra il rispetto per ciò che è venuto prima di te e il fare qualcosa di tuo. Ho sempre pensato i Judas Priest abbiano sempre fatto quello che volevano, andando controcorrente rispetto ai tempi. Quando entri in una band del genere devi fare il tuo, rispettando il passato. Non penso esista un modo giusto o sbagliato. Non puoi seguire delle istruzioni. Devi sentirlo. Se stai facendo qualcosa di sbagliato te ne accorgi. Io ho semplicemente fatto ciò che mi sembrava giusto. Se alla band andava bene, continuavo a farlo. E sembrava andare bene anche a molti fan. All’inizio c’era molto scetticismo. Quando entri in una band dopo quarant’anni di storia è inevitabile. I fan amavano molto K.K. Downing (ex chitarrrista e tra i membri più longevi della band, con Ian Hill, ndr) e dopo quarant’anni era un cambiamento enorme, quindi è normale che ci fossero dubbi. Lo capisco. Spero di aver fatto le cose nel modo giusto. Sono ancora qui quindici anni dopo, quindi spero che sia stato l’approccio corretto”. 

Il vostro ultimo album in studio ‘Invincible Shield’ ha ricevuto un’accoglienza straordinaria da pubblico e critica. E state già lavorando a nuova musica: cosa dobbiamo aspettarci da questo disco e cosa vi ispira ancora a creare nuova musica?
 

“Abbiamo iniziato a scrivere mentre eravamo in tour con ‘Invincible Shield’. Già nel 2024 abbiamo iniziato a pensare a cosa sarebbe potuto essere il prossimo album. ‘Invincible Shield’ è un disco con molti cambi di direzione. Le canzoni non sono molto dirette, hanno tante parti diverse. E quando abbiamo iniziato a immaginare il nuovo lavoro, il pensiero è andato subito a qualcosa di più diretto, con canzoni più immediate. Le prime canzoni sono nate durante quel tour. Penso che questo nuovo disco sia più diretto e più essenziale. L’ispirazione nasce anche da questo: pensi a ciò che hai fatto prima e a ciò che vorresti fare dopo. E poi ascolti ciò che esce naturalmente quando prendi in mano la chitarra. Piano piano tutto prende forma e diventa riff, canzoni, melodie e, si spera, un album”. 

Possiamo aspettarci il nuovo album già il prossimo anno?
 

“Abbiamo già lavorato molto sul materiale. Speriamo di finirlo entro la fine dell’anno e di pubblicarlo il prossimo anno. Non voglio mettermi nei guai se non riusciamo a finirlo in tempo. Ma batteria, basso e chitarre sono praticamente già completati. Restano ancora alcune parti soliste da registrare e dobbiamo completare le voci. Se riusciamo a fare tutto entro quest’anno, allora spero che possa uscire nel 2027”. 

‘The Ballad Of Judas Priest’ racconta la storia della band come mai prima d’ora. C’è qualcosa dei Judas Priest che secondo te il pubblico non ha ancora compreso del tutto e che il documentario mostrerà?
 

“Devo fare una premessa: esistono tanti tipi diversi di fan dei Priest. Ci sono quelli che seguono la band dagli inizi e quelli che sono fan più recenti. Per i nuovi fan ci sarà sicuramente qualcosa che non conoscevano. Penso che il documentario sia adatto a tutti. Anche quando guardi un documentario su una band che magari non conosci o che non ti piace particolarmente, finisci sempre per capirla meglio e apprezzarla di più. E anche se pensi di sapere tutto su una band, c’è sempre qualcosa che scopri per la prima volta. Ian, per esempio, racconta dove fecero il loro primo concerto. Era un club operaio ad Aston. Ne avevo sentito parlare, ma non l’avevo mai visto. Nel documentario lui è lì e si può vedere il palco dove hanno suonato per la prima volta. Io stesso non l’avevo mai visto. Quindi c’è davvero qualcosa per tutti. Sam Dunn e Banger Films fanno sempre un ottimo lavoro. C’è anche Tom Morello coinvolto nel progetto e ha fatto un grande lavoro. E poi c’è Jack Black, che è sempre Jack Black, sempre divertente. Quando sarà disponibile, tutti dovrebbero guardarlo”. 

Il metal sembra stare diventando sempre più grande. Sempre più giovani lo scoprono e i festival continuano a crescere. Perché pensi che l’heavy metal stia entrando in sintonia con una nuova generazione di fan?
 

“Ne parliamo spesso. Il metal non viene passato alla radio come una volta e non lo vedi molto in televisione. Eppure ogni anno i festival registrano numeri record. Vai al Wacken, al Graspop, all’Hellfest e trovi sempre più persone. Non ho una risposta netta ma penso che abbia a che fare con il senso di comunità. Quando vai a un festival metal o a un concerto metal diventi parte di qualcosa. Non è semplicemente un video sul telefono o una canzone alla radio: sei parte di una comunità. E il valore di questa cosa è enorme. Ci sono amicizie, condivisione e un’esperienza dal vivo che non puoi ricreare altrove. Quando finisce un festival metal, spesso vengono venduti subito i biglietti per l’anno successivo. Le persone hanno fiducia negli organizzatori e sanno che sarà un grande evento con grandi band. Ogni volta che torniamo in Europa vediamo sempre più ragazzi nelle prime file. Noi sul palco invecchiamo ma le prime file sembrano sempre uguali. Ogni anno vediamo tantissime persone ed è una cosa davvero positiva”. 

C’è qualche band oggi che ti fa pensare che potrebbe portare avanti lo spirito dell’heavy metal nel futuro?
 

“Dal mio punto di vista, band come Judas Priest, Iron Maiden, Black Sabbath, Motörhead e Metallica non avranno mai dei veri ‘eredi’. Non credo che succederà di nuovo. Penso però che le band che rappresentano il futuro siano già qui. Sono già headliner nei festival. Band come Spiritbox, Sleep Token e Ghost hanno preso strade diverse all’interno del metal e stanno seguendo il loro percorso. Non ci sarà mai un altro Judas Priest o un altro Iron Maiden. Quando qualcuno ci prova, sembra sempre che si stia sforzando troppo. L’heavy metal classico resterà per sempre. Ma la prossima generazione del metal è già arrivata e sta già facendo grandi cose”. 

Avete influenzato anche il modo di vestire nel rock e nel metal, creando una vera e propria estetica. Pensi che questa influenza sia ancora presente nelle band di oggi?
 

“Credo di sì. Ovviamente non sono stato io, ma la band. Oggi indosso una maglietta rosa. Ma i Judas Priest hanno avuto una grande influenza su molte band dal punto di vista dell’immagine, sicuramente. Loro cercavano un’immagine che si adattasse alla musica che suonavano. Quando hanno trovato pelle, borchie e spuntoni, tutto ha iniziato a funzionare perfettamente. La moto, le fruste, la pelle e le borchie erano perfette per quella musica. Anche le nuove band hanno la propria immagine, che si adatta alla loro versione del metal e definirà la loro epoca. Ma se guardiamo il metal classico tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, tutti indossavano pelle nera e borchie. I Priest hanno fatto parte di quel fenomeno e forse lo hanno persino iniziato. È stata una grande influenza culturale. Hanno plasmato il metal sia musicalmente sia visivamente. Ed è anche per questo che il genere è durato così a lungo e continua a esistere. Come dicevo, ai festival europei vedi ragazzi in prima fila con quarantacinque gradi e il sole che picchia forte, ma continuano a indossare giacche di pelle. Sono pazzi, non so come facciano. Ma fa parte di quella comunità di cui parlavamo prima. E’ la loro comunità, la loro tribù. Penso che quella comunità non morirà mai e per questo è così preziosa”. (di Federica Mochi) 

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