Lavoro, Cuzzilla (Cida): “Rimettere persona al centro e dare fiducia a giovani”

Lavoro, Cuzzilla (Cida): “Rimettere persona al centro e dare fiducia a giovani”

(Adnkronos) – “Dobbiamo rimettere al centro la persona e riorganizzare le aziende in funzione delle persone. La componente economica resta importante per sostenere il welfare e la produttività, ma servono nuovi modelli organizzativi. Anche l’intelligenza artificiale non deve farci paura: potranno emergere algoritmi e soluzioni tecnicamente migliori, ma sarà sempre la persona a dover dare l’input e guidare le scelte”. Lo ha detto Stefano Cuzzilla, presidente di Cida, in occasione della celebrazione degli 80 anni della Confederazione italiana dirigenti e alte professionalità, all’Auditorium della Conciliazione di Roma, alla presenza del Presidente della Repubblica. Nel corso della cerimonia è stata consegnata al Capo dello Stato la Carta della Dirigenza e delle Alte Professionalità.  

Sul fronte fiscale, Cuzzilla ha richiamato l’attenzione sulla pressione che grava sul ceto medio: “Oggi abbiamo una situazione in cui il 30% dei contribuenti paga l’80% dell’Irpef. Questo significa una sproporzione fiscale e un ceto medio sempre più compresso, che non favorisce la fiducia nelle istituzioni”. Il presidente di Cida ha riconosciuto la necessità di sostenere le persone in difficoltà, chiedendo però di “aiutare chi ha bisogno in maniera più forte” e di verificare che gli aiuti non vadano a chi non ne ha diritto”. Un altro tema centrale riguarda le prospettive professionali delle nuove generazioni. “Dal lavoro che abbiamo fatto con Censis emerge che, contrariamente a quello che si dice, i giovani vogliono fare carriera e lavorare: otto su dieci hanno ambizione. Il dato che ci preoccupa è che nove su dieci pensano che il merito non basti. È un rapporto di fiducia che dobbiamo cercare di ricostruire”, ha affermato Cuzzilla. 

“Se uno su due vuole andare all’estero, significa che il nostro Paese non è abbastanza attrattivo. Dobbiamo cambiare questa tendenza: le famiglie e lo Stato investono sui giovani e abbiamo bisogno di loro per il futuro dell’Italia. Non mi preoccupa la fuga dei cervelli, mi preoccupa la fuga di quelli normali”, ha aggiunto. Secondo Cuzzilla, spetta anche alla dirigenza favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, ascoltarli e riconoscere il valore del loro contributo. “Dobbiamo fare un patto con loro e garantire una retribuzione adeguata, che permetta di diventare indipendenti e di potersi permettere una casa. Altrimenti queste opportunità le troveranno all’estero”, ha aggiunto. 

“Credo che la forza di una nazione dipenda dall’equilibrio fra tre grandi capitali. Il primo è il capitale economico, senza il quale non c’è sviluppo. Il secondo è il capitale umano: conoscenza, competenze, esperienza, capacità di innovare. E poi ce n’è un terzo. Meno visibile. Più difficile da misurare, ma decisivo, perché è quello che permette agli altri due di trasformarsi in sviluppo collettivo. Il capitale fiduciario. Parlo della fiducia tra cittadini e istituzioni. Tra chi lavora e chi organizza il lavoro. Tra generazioni. Tra chi assume una decisione e chi vive le conseguenze di quella decisione”. “Certamente – ha affermato – non la troviamo nei bilanci dello stato, eppure ne vediamo gli effetti ogni giorno. Pensateci bene, quando c’è fiducia, siamo più disposti a cooperare, a investire, ad affrontare insieme il rischio del cambiamento. Quando si indebolisce, decidere diventa più difficile e ogni trasformazione molto più costosa. Ma la fiducia non si genera per decreto. Se c’è una cosa che ho imparato in questi anni, lavorando con le donne e gli uomini di questa platea, è che nasce quando le persone scelgono di esserci le une per le altre. E’ un concetto ben preciso quello a cui sto pensando e che voglio trasmettervi, il concetto di densità – quella che non è data semplicemente dalla vicinanza – ma quella che si costruisce, si coltiva, si sceglie. Quella che trasforma una somma di persone in una comunità”. 

“Ed è questa in fondo – ha ribadito – la funzione più profonda dei corpi intermedi: dare forza alle relazioni, affinché gli interessi particolari possano riconoscersi in un bene comune. Lo stesso vale per le scelte che riguardano il Paese: nessuna produce effetti in un solo ambito. Una decisione sul lavoro incide sulla demografia. Investire nella formazione significa agire sulla produttività. La politica industriale apre o chiude opportunità per i giovani. La qualità della pubblica amministrazione condiziona la capacità delle imprese di investire. Un Paese non è la somma dei suoi dossier, governarlo significa saper vedere queste connessioni. Significa decidere anche quando non abbiamo a disposizione tutte le risposte”. 

“Se guardiamo l’Italia da questa prospettiva – ha chiarito – c’è un luogo nel quale possiamo misurare con particolare chiarezza la tenuta del patto sociale. E’ il ceto medio. Per Cida non è mai stato soltanto una fascia di reddito da difendere. E’ il luogo sociale nel quale una democrazia rende credibile una promessa fondamentale: che attraverso il lavoro e la competenza sia possibile migliorare la propria condizione e offrire ai propri figli opportunità più grandi. Per questo il declino del ceto medio comincia prima della perdita di reddito. Comincia quando una famiglia smette di credere che i propri figli potranno vivere meglio dei propri genitori. Quando questa aspettativa si indebolisce, non perdiamo soltanto potere d’acquisto. Perdiamo mobilità sociale. Perdiamo fiducia nel lavoro come strumento di crescita”. 

“Ed è qui – ha ammesso- che il tema del ceto medio incontra direttamente quello dei giovani. I giovani non ci stanno chiedendo di abbassare l’asticella. Ci stanno chiedendo di poterla raggiungere. Per questo giovani e ceto medio, oggi, finiscono in qualche modo per assomigliarsi. Condividono la stessa energia trattenuta. La stessa disponibilità a impegnarsi. E la stessa domanda di fondo: che cultura, lavoro e talento possano ancora essere strumenti di crescita. E’ qui che la nostra battaglia sul ceto medio smette definitivamente di essere una questione di categoria e diventa una questione nazionale”. 

“Lo è – ha ribadito – quando chiediamo un sistema fiscale più equo. Oggi il 30% dei contribuenti italiani sostiene l’80% del gettito Irpef. E’ lo stesso ceto medio produttivo, chi lavora, chi crea reddito, a portare sulle spalle una parte sproporzionata del finanziamento dei servizi pubblici”.  

“Da anni misuriamo questo squilibrio. E anno dopo anno la fotografia mette a fuoco un paradosso sempre più evidente: il welfare si allarga, la base che lo finanzia si restringe. A questo si aggiunge l’evasione. Perché l’evasione ha sempre un contribuente finale: quello che le tasse le paga. Capiamo bene che non è soltanto una questione fiscale, ma una questione di tenuta del sistema sociale”, ha detto.  

“E’ per noi una questione nazionale anche quando difendiamo la previdenza e chiediamo stabilità delle regole. Perché in un Paese che invecchia, la previdenza non riguarda soltanto le pensioni, ma riguarda la credibilità di un patto. La possibilità per chi lavora oggi di credere che l’impegno di una vita troverà domani un sistema capace di riconoscerlo. C’è qualcosa che la nostra generazione deve fare prima ancora di chiedere ai giovani di raccogliere ciò che abbiamo costruito. Dobbiamo ascoltarli”, ha aggiunto.  

“Partire dal loro punto di vista. Una generazione numericamente più piccola non può diventare anche una generazione più debole nella capacità di incidere sulle scelte collettive. Non possiamo permettere che la demografia si trasformi in una riduzione della voce. E questo significa che le politiche per i giovani devono essere costruite con i giovani”, ha concluso.  

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