Bresh porta mare (e Liguria) a Roma, il concerto all’Auditorium

Bresh porta mare (e Liguria) a Roma, il concerto all’Auditorium

(Adnkronos) –
Nel concerto di Bresh a Roma c’è tutto. Voci, luci e strumenti. Un’arena sold out, sorrisi e un po’ di nostalgia, per qualcuno dolce e per altri amara. Dopotutto non ci si può godere lo show di Andrea Brasi senza inconsapevolmente sentire una fitta al cuore, lì dove fa più male. Succede un ritornello dopo l’altro, quando canzoni con un ritmo da hit estiva si mischiano a strofe più profonde di quanto sembrino. La musica, anche stasera, ricorda che non è fatta solo per ballare, ma per riflettere, guardarsi dentro, imparare dai propri errori. In una parola, crescere. 

L’Auditorium della Musica, per una sera, cambia veste e abbraccia qualcosa di nuovo. Il mare, questa volta, non arriva da Ostia, ma dalla Liguria scende fino a sommergere il quartiere Flaminio. Lì dove di solito si esibiscono i grandi della musica classica, che prende il nome da Ennio Morricone, ma si adegua ai tempi e si trasforma di pari passo con la musica italiana. E Bresh, su quel palco, ci sta benissimo. Lui, genovese doc, che Roma la considera una seconda casa e la celebra intonando Venditti. Che ammette di essere in soggezione ogni volta che scende nella Capitale. E come dargli torto. 

Come tutti i liguri, anche Bresh è profondamente legato alla sua terra. Ama Genova e i suoi vicoli, canta la sua storia. Sul palco c’è posto per ‘Creuza de ma’, brano, tutto in genovese, creato dall’indimenticato Fabrizio de André e che Brasi ha fatto un po’ suo cantandolo a Sanremo insieme al figlio di Faber, Cristiano. Un’esibizione maledetta, piena di problemi tecnici e ripetuta tre volte, ha dato nuova vita a una canzone leggendaria. Che strana storia. Bresh, in ogni caso, dice che Roma e Genova qualcosa in comune ce l’hanno: “il dissacrare”. Quando qualcuno si eleva oltre il suo ruolo, fino a dimenticare se stesso e la sua funzione, lo buttano giù. E la storia va avanti.  

È uno dei momenti in cui Bresh prova a spiegare qualcosa del suo percorso e del suo modo di pensare. Tutte cose che, chi è lì con lui, già sa. Una dopo l’altra suonano i successi del momento e le canzoni meno conosciute, che arrivano da un passato in cui pochi avrebbero scommesso su Andrea. Eppure lui si dice contento di cantare ‘Non ho Eroi’ e ‘Hooligans’, anche se non tutti conoscono i testi. Non ci sono ospiti, eppure il palco è affollato: basso, percussioni, batteria, trombe, sax e anche tre coriste. Ai suoi lati, Dibla, la ‘sua’ chitarra, e Shune, il primo produttore a credere in lui. Quelli che c’erano da sempre e che Brasi non smetterà mai di ringraziare. 

E così Bresh si lascia andare a un “wow” mentre i telefoni si accendono per ‘La tana del granchio’, la canzone che forse ha cambiato rotta alla sua storia. Il Festival, dopotutto, può essere propulsore o freno. Nel suo caso, è stata la spinta decisiva per spiccare il volo o, come direbbe lui, per trasformarsi “in un Bresh alato”. Brasi è passato da essere una delle voci più apprezzate della scena rap, proveniente da quella ‘Drilliguria’ che ha sfornato Tedua, Izi, Rkomi e ultimo Sayf, a mainstream. Lo ascoltano gli adolescenti, le madri, i cultori del genere e della musica più ‘tradizionale’. Bresh non ha confini, fugge alle definizioni, parte dal rap ma abbraccia il pop, e quello che ne esce fuori è un mix da brividi.  

La sensazione, vedendolo esibirsi per oltre due ore quasi senza sosta, è che Bresh sia davvero felice di essere lì. Ha il sorriso stampato sul volto, scherza con il pubblico, lancia indumenti con il passare delle canzoni, per la gioia delle fan. Si lascia andare a discorsi che sa dove iniziano e nemmeno lui capisce dove finiscono, ma anche questo è il bello della diretta. ‘Mare Nostrum’, il tour partito dalle quattro date di Genova che ha fatto tappa a Roma dopo l’uscita di ‘Mediterraneo, il suo ultimo album, segna anche un momento di riscatto. L’onda lunga di Sanremo si era rivelata un boomerang, travolgendo il tour estivo dello scorso anno e costringendolo ad annullare le date.  

Un anno dopo invece tutti sono lì per lui, che ancora non ci crede. Bresh funziona perché parla di vita vissuta traendo ispirazione dal quotidiano, racconta quello che vede. Un viaggio in Sudamerica ha dato vita a ‘Torcida’, un tramonto sul mare ha ispirato ‘Guasto d’amore’ e un cuore spezzato, dopo una storia finita male, ha creato un capolavoro. ‘Introvabile’ è un momento così intimo in un concerto sembra fuoriluogo: “E se riuscissi anche un secondo a non rincorrere le idee/E mi fermassi come un treno, quando tiri forte il freno/E se facessi pure finta di star bene senza te/Potrai sentire anche il mio battito, che non starebbe fermo un attimo”. 

Prima che partisse la canzone, Bresh aveva detto: “questa non c’è bisogno che ve la presento”, e l’ha chiusa con un “quanti cuori spezzati questa sera”. Nel breve silenzio che ne è seguito, prima del boato, ognuno si è guardato dentro e ha sorriso ai propri fantasmi. Ai traumi e agli incubi. A pensieri che non se ne vogliono andare e a rimpianti che tornano. E non importa quanto tempo sia passato. Ognuno porta con sé un bagaglio, che spesso assomiglia a una cicatrice. Tutti sentono il peso dei propri sbagli e faticano a trovare pace. Bresh invita a guardare quel dolore, abbracciarlo, e andare avanti. Perché il tempo cura tutto, ma a volte ci vuole una canzone. 

 

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