Anne Hathaway torna con ‘Verity’: “Oggi si può scegliere la propria verità, è inquietante”

Anne Hathaway torna con ‘Verity’: “Oggi si può scegliere la propria verità, è inquietante”

(Adnkronos) – “Non so se oggi la verità sia impopolare. Quello che vedo, però, è un mondo in cui sembra sempre più possibile scegliere la propria verità. Ed è qualcosa che trovo inquietante, perché un fatto dovrebbe essere un fatto per tutti. È strano vivere in un’epoca in cui non esiste più necessariamente una realtà condivisa”. Così Anne Hathaway nell’intervista all’Adnkronos parla del film ‘Verity’ diretto da Michael Showalter: un thriller psicologico ed erotico dove il confine tra realtà e manipolazione diventa pericolosamente sottile. Tratto dall’omonimo bestseller di Colleen Hoover e in arrivo nelle sale dall’1 ottobre con Eagle Pictures, il film targato Sony Pictures segue Lowen Ashleigh (interpretata da Dakota Johnson), una scrittrice in difficoltà che si trasferisce nella remota tenuta dei Crawford per fare da ghostwriter alla celebre autrice Verity Crawford (Anne Hathaway). Dopo aver scoperto quelli che sembrano essere gli inquietanti appunti autobiografici di Verity, Lowen deve fare i conti con le torbide e distorte confessioni sul marito di lei, Jeremy (Josh Hartnett), trovando difficile distinguere la finzione dalla realtà, la manipolazione dall’attrazione e l’opportunità dall’ossessione. 

Verity scrive i suoi romanzi dal punto di vista del cattivo e Hathaway fa una riflessione sull’attrazione dell’essere umano per l’oscurità. “Ho letto la sceneggiatura di questo film alla fine del 2024, in un momento in cui tutti abbiamo visto il mondo cambiare a causa dei social media”. L’attrice dice di non aver potuto fare a meno di vedere un parallelo tra “la sceneggiatura che avevo appena letto e il mondo in cui viviamo. Non siamo mai stati così connessi gli uni agli altri, eppure questa connessione passa sempre attraverso un filtro. Non trascorriamo davvero del tempo insieme nella vita reale. Vediamo immagini degli altri che sono curate, modificate, ritoccate, rese più belle da un filtro”, osserva Hathaway. “Eppure veniamo incoraggiati a costruire relazioni autentiche con persone che, in realtà, non conosciamo affatto”. Di conseguenza, spiega l’attrice, “stiamo iniziando a formulare giudizi sempre più immediati. E la capacità di dialogare, di ascoltare il punto di vista degli altri, di muoverci nel mondo con quella grazia necessaria per condividere uno spazio con altre persone, almeno dal mio punto di vista, sta iniziando a diminuire”. Ed è esattamente ciò che mostra il film: “Lowen non ha mai una vera conversazione con Verity. Si basa soltanto sugli elementi che ha a disposizione e si convince talmente delle proprie certezze da prendere una decisione irreversibile”. 

Il film affronta anche il tema della maternità
imperfetta, e lo fa in modo estremo. “Credo che il discorso vada oltre il lato oscuro della maternità”, spiega l’attrice, madre di due figli, Jonathan Rosebanks e Jack, e in attesa del terzo figlio. Verity, sottolinea, “è una villain”. E il fatto che la maternità non sia perfetta “non significa automaticamente essere malvagi”. Hathaway porta anche la propria esperienza personale nella riflessione. “Sono una madre anch’io e non mi piace quando perdo la pazienza, ma succede. E questo non è essere una ‘cattiva’. La malvagità è un’altra cosa. La Verity che vediamo tentare di fare del male ai propri figli compie qualcosa di criminale. È sbagliato. È malvagio”. Nella costruzione del personaggio, però, la sua attenzione si è concentrata soprattutto su un’altra possibilità. “Quando ho iniziato a immaginare chi fosse Verity prima di diventare madre, mi sono posta una domanda: e se il vero villain fosse la perfezione?”. Da qui nasce l’idea di una donna che costruisce un’immagine idealizzata di sé. “E se Verity incontrasse un uomo e gli dicesse di amarlo quando, in realtà, ciò che desidera è sentirlo ossessionato da lei? Se fosse quella sensazione a piacerle davvero? In questo caso, ciò che lui vede sarebbe una versione amplificata di lei, una versione perfetta, ma non autentica”. Nell’analisi del suo personaggio, Hathaway si è chiesta anche cosa succederebbe se quell’istinto a essere sempre performanti si applicasse alla maternità: “Dal mio punto di vista, non si può interpretare il ruolo di madre. La maternità è una relazione incredibilmente intima. È una relazione sacra. E se si affronta con quell’approccio, non credo possa funzionare”, conclude l’attrice.  

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