Hantavirus, l’esperta: “Più letale ma diverso da Covid, non si rischia nuova pandemia”

Hantavirus, l’esperta: “Più letale ma diverso da Covid, non si rischia nuova pandemia”

(Adnkronos) – Dopo il focolaio di hantavirus si rischia una nuova pandemia? A rispondere e rassicurare sull’Italia, nel giorno in cui a Tenerife stanno sbarcando i passeggeri della nave da crociera al centro del contagio, ci pensa Maria Rosaria Campitiello, capo dipartimento della prevenzione del ministero della Salute, ospite questa mattina di ‘RaiNews 24’. 

“Assolutamente no – la replica secca dell’esperta -, non ci troviamo nella stessa situazione. Attualmente non c’è nessun allarme in Italia. E’ un virus diverso dal Covid, seppur più letale. L’hantavirus è a basso contagio, la principale trasmissione è attraverso gli escreti dei roditori (saliva, urina, feci) e solo in piccolissima parte per via aerea e interumana. Quindi non siamo nella stessa situazione, abbiamo un periodo di incubazione piuttosto lungo quindi è giusto consigliare l’isolamento fiduciario. C’è anche da dire che la contagiosità, secondo recenti studi, sembra iniziare non in fase preclinica ma solo con i sintomi. E oggi i 4 passeggeri italiani non hanno sintomi”.  

Rispetto ai 4 italiani che erano sullo stesso volo della paziente positiva e poi deceduta, “erano distanti, il contagio necessità di contatto prolungato e ambienti ristretti, siamo quindi tranquilli”, ha rassicurato Campitiello. 

 

 

“Le quattro persone che erano sul volo Klm arrivato a Roma, hanno avuto contatti minimi con una delle vittime e quindi il rischio è molto basso. Quasi nullo. Sembra che il virus non si possa trasmettere tra asintomatici e questa è un’ottima notizia. Bisogna continuare a vigilare per le prossime 4 settimane e organizzare i test diagnostici per identificare questo virus nei maggiori centri ospedalieri”, A dirlo, in un post su X, è l’infettivologo Matteo Bassetti.  

“Non credo che si possa dire che c’è un rischio alto, ma bisogna prestare la massima attenzione. Purtroppo l’Hantavirus ha un’incubazione molto lunga, fino a due mesi. E semmai è questo il problema, ma – ha rimarcato nel post – per favore non parliamo di un nuovo Covid o qualcosa del genere. Non diciamo cavolate. Siamo di fronte a un’infezione virale che c’è da qualche anno in Argentina e in Cile: è la variante andina dell’Hantavirus”.  

 

“Non siamo di fronte, allo stato attuale delle conoscenze, a una nuova pandemia imminente o a un’emergenza sanitaria globale paragonabile a quella vissuta con il Covid”. Così in una nota Fabrizio Pregliasco, direttore della scuola di specializzazione in igiene e medicina preventiva Università degli Studi di Milano La Statale, past president di Anpas e vice presidente di Samaritan International. “Gli Hantavirus sono virus conosciuti da decenni, presenti in varie aree del mondo e associati soprattutto ai roditori selvatici. Il contagio avviene generalmente attraverso l’inalazione di particelle contaminate da urine, saliva o feci di animali infetti. Nella maggior parte dei casi – ha aggiunto – non si osserva una trasmissione significativa da persona a persona. Solo alcuni ceppi particolari, come l’Andes virus sudamericano, hanno mostrato in determinate circostanze una limitata trasmissibilità interumana, ma sempre in contesti di contatto stretto e prolungato”. 

“La decisione del ministero della Salute italiano di attivare la sorveglianza attiva e la quarantena precauzionale per i quattro passeggeri transitati sul volo Klm va letta proprio nel principio di massima cautela che oggi guida la sanità pubblica. È un segnale positivo, non allarmante: significa che i protocolli funzionano, che la rete internazionale di monitoraggio è operativa e che si interviene tempestivamente anche quando il rischio appare basso”, ha precisato Pregliasco. 

“Dobbiamo evitare due errori opposti: da un lato minimizzare qualsiasi segnale epidemiologico, dall’altro amplificare mediaticamente situazioni che al momento non presentano caratteristiche di elevata diffusività. È chiaro che il mondo moderno, con i grandi flussi turistici, i cambiamenti climatici, l’urbanizzazione e la crescente interazione tra uomo e ambiente naturale, favorisce l’emergere di zoonosi, cioè malattie trasmesse dagli animali all’uomo. Questo – ha evidenziato -richiede una vigilanza continua e investimenti nella prevenzione. In Italia il rischio attuale resta molto contenuto. Non esiste una circolazione diffusa del ceppo coinvolto nel caso sudafricano e il nostro sistema sanitario dispone oggi di competenze, laboratori e strumenti di risposta ben più avanzati rispetto al passato. La vera sfida, semmai, è mantenere alta l’attenzione scientifica senza trasformare ogni episodio isolato in motivo di allarme collettivo”. 

 

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