Beccalossi e la vera storia dei due rigori sbagliati in 8 minuti (diventati uno spettacolo teatrale)

Beccalossi e la vera storia dei due rigori sbagliati in 8 minuti (diventati uno spettacolo teatrale)

(Adnkronos) – Quindici settembre 1982. La cornice della storia è lo stadio ‘Giuseppe Meazza’ di Milano. Il protagonista Evaristo Beccalossi, campione dell’Inter scomparso oggi, mercoledì 6 maggio. Un lutto che addolora tutto il mondo del pallone. Sui campi da calcio, Beccalossi è stato un numero dieci fantasioso e divertente, in grado di illuminare le partite con giocate memorabili. Un calciatore d’altri tempi, ricordato dai tifosi anche per un episodio entrato, a modo suo, negli annali. Una questione durata 8 minuti, in cui c’entrano una notte di Coppa, due rigori sbagliati, un mezzo infortunio, una porta sfondata e uno spettacolo teatrale. Genio e imprevedibilità. 

A San Siro va in scena l’andata dei sedicesimi di finale della vecchia Coppa delle Coppe, un torneo a eliminazione diretta soppresso nel 1999, riservato alle squadre europee vincitrici delle rispettive coppe nazionali. L’Inter partecipa grazie alla Coppa Italia sollevata pochi mesi prima: in panchina c’è Rino Marchesi, di fronte i cecoslovacchi dello Slovan Bratislava. La superiorità nerazzurra, sulla carta e in campo, è evidente. Il fantasista nerazzurro, all’ennesima serpentina, viene atterrato in area di rigore dalla mezzala avversaria Jan Hlavaty. Non è ancora l’era del Var, ma l’arbitro portoghese Viriato Graca Oliva è abbastanza sicuro di quanto visto. Concede il rigore ai padroni di casa e sul dischetto va Beccalossi. Rincorsa, tiro, palla fuori. “Calcio una specie di mozzarella e finisce fuori – racconterà anni dopo in diverse interviste – ma continuo a giocare come se nulla fosse”. 

Sette minuti dopo, ecco il destino che offre la seconda opportunità: cross dalla destra e fallo di mano in area di rigore cecoslovacca. “Lì qualche dubbio mi è venuto. ‘Tiro o lo cedo a qualcun altro? Vado da Altobelli, che era il secondo rigorista, e gli faccio: ‘Spillo, tiralo tu!’. Mi dice di no. Poi arriva Lele Oriali. Mi dà una pacca sulla spalla e mi dice di calciare. Metto ancora il pallone sul dischetto e tiro alla sinistra del portiere. Si tuffa e ribatte. Corro sulla respinta e calcio di destro. Un’altra parata”. Il portiere dello Slovan era un tal Milan Mana, scomparso dai radar dopo quel giorno.  

L’Inter riuscì comunque a vincere 2-0 quella partita, con gol di Altobelli e Sabato. Beccalossi raccontò di essersi infortunato dopo il secondo errore dal dischetto per colpa dei “muscoli troppo tesi” e il “nervosismo”. L’allenatore lo sostituì ed Evaristo, entrando negli spogliatoi, sfondò per la rabbia due porte: “Non c’era verso di calmarmi”. Poi, a fine gara, i compagni lo consolarono con qualche frase di rito e tante pacche sulla spalla. Per dirgli di non preoccuparsi, entrò nello spogliatoio anche il presidente Ivanoe Fraizzoli.  

Il bello è che la serata, ricordata spesso con il sorriso da Beccalossi e i suoi compagni di squadra, è diventata anni dopo un monologo di Paolo Rossi, comico, attore e grande tifoso interista: “Guardò tutto lo stadio negli occhi e disse: ‘Lo tiro io…’ e io pensai con tutto lo stadio: questi sono gli uomini veri. Prese la palla e la mise sul dischetto del calcio di rigore. Lo fece con la sicurezza dell’uomo che non avrebbe mai e poi mai sbagliato. E sbagliò. E io pensai: per me resta un uomo. Ma quando cinque minuti dopo, e chi ha visto quella partita sa che non mento, ridiedero un calcio di rigore all’Inter, per chi s’intende di calcio, ma a questo punto anche per chi non se ne intende, è facile capire la difficoltà per un giocatore che ha appena sbagliato un calcio di rigore, di riassumersi la responsabilità di ritirarlo”.  

E ancora, tra le risate: “Lui guardò tutto lo stadio negli occhi. E tutto lo stadio fece: ‘No, pu… Eva…’. ‘Lo tiro io’ E mise la palla sul dischetto del calcio di rigore con la sicurezza dell’uomo che non avrebbe risbagliato. E risbagliò. E io pensai: per me resta sempre un uomo. Un po’ sfigato ma pur sempre un uomo”. (di Michele Antonelli) 

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