(Adnkronos) – “Elisabetta II ha amato in maniera molto profonda l’Italia e due sue visite, delle cinque totali, sono avvenute in momenti particolari della sua vita. La prima nel 1951, quando era ancora principessa ereditaria ma da lì a poco sarebbe stata incoronata la regina più longeva della monarchia britannica. L’occasione fu una cena privata con il presidente Luigi Einaudi per festeggiare il 25mo compleanno della futura sovrana. E la seconda, nel 2014, quando incontrò Giorgio Napolitano, ma la salute della monarca era già abbastanza compromessa tanto che poi, dall’anno successivo, annullò del tutto i viaggi di Stato. L’Italia fu il suo ultimo viaggio all’estero fuori da un territorio del Commonwealth”. A raccontarlo in un’intervista all’Adnkronos è Robert Hardman, storico biografo della famiglia reale, il quale presenta in questi giorni il suo ultimo libro dal titolo “Elizabeth II – In Private. In Public. The Inside Story” pubblicato in occasione dei 100 anni dalla nascita della regina che cadranno il prossimo 21 aprile.
“La sovrana si era sentita profondamente in colpa per aver dovuto annullare un precedente incontro con l’allora presidente Giorgio Napolitano a causa di problemi di salute. Nonostante l’età avanzata, 88 anni, e le precarie condizioni di salute del principe Filippo, lei volle onorare quell’impegno a tutti i costi. Sentiva di dover rimediare e voleva assolutamente vedere il presidente Napolitano, con cui aveva un ottimo rapporto”, ricorda Hardman, che descrive quel soggiorno come un momento di grande calore e sottolinea quanto la regina amasse la cultura e l’arte italiana, elementi che sentiva risuonare costantemente anche nella storia britannica. “Considerava il vostro Paese un alleato europeo importantissimo, sentendosi sempre incredibilmente benvenuta lì”, rievoca ancora Hardman, che è tra i pochi scrittori ad aver conosciuto da vicino Elisabetta II, riuscendo anche a viaggiare con lei in occasione di varie visite di Stato, scambiando spesso e volentieri pensieri e stati d’animo con la sovrana: “Nei suoi 70 anni di regno ha saputo destreggiarsi tra la solennità dei grandi eventi storici e il desiderio di sfuggire al protagonismo imposto dal suo ruolo”.
Il biografo la ricorda sorridente nel mezzo di celebrazioni imponenti, come il 50mo anniversario del D-Day a bordo del suo yacht nel Canale della Manica, o nel suo storico arrivo a Città del Capo accolta da Nelson Mandela. Di quei momenti, l’autore sottolinea l’incredibile capacità della regina di connettersi con la storia e con le persone: “Era una persona assolutamente autentica, non interessata alla fama o alla celebrità, ma capace di rappresentare un’intera generazione”. Questa autenticità le ha permesso di preservare il misticismo della corona anche nell’era digitale, dove “mentre i politici si adattavano per assecondare il messaggio del momento e gli umori dei sudditi, lei restava semplicemente se stessa”.
Dietro la facciata di stabilità assoluta, Hardman rivela però episodi di umana fragilità e complessità familiare. Un momento di rottura avvenne nell’estate del 1969, un anno carico di tensioni tra il primo documentario sulla Royal Family diffuso in televisione e l’investitura di Carlo come principe del Galles. La regina arrivò a quello che Hardman definisce quasi un esaurimento nervoso, descritto ufficialmente come un’influenza, che la costrinse a sparire per una settimana proprio nel culmine della stagione reale. Anche nel privato della sua famiglia, le dinamiche erano più sfumate di quanto si creda. Lo scrittore smentisce il mito del principe Andrea come figlio preferito. “Molto più semplicemente la regina nutriva per lui una maggiore apprensione rispetto agli altri figli, perché lo vedeva privo di una direzione chiara dopo il servizio nella Royal Navy. Percepiva Andrea come una figura vulnerabile”.
Sul fronte politico internazionale, Elisabetta II mostrò una sorprendente capacità di adattamento, come dimostrato nel rapporto con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Nonostante le enormi differenze di personalità, Hardman racconta di una connessione basata sul rispetto reciproco e su radici comuni: “Entrambi avevano madri scozzesi e questo ha aiutato molto a far decollare la conversazione. Trump nutriva un’ammirazione profonda per lei e la regina, dal canto suo, lo trovava divertente, permettendo ai loro incontri di durare molto più del previsto”.
La questione della Brexit rimane forse uno dei temi più dibattuti del suo regno. Lo scrittore ha raccolto testimonianze contrastanti da persone estremamente vicine alla sovrana: “Ho incontrato persone convinte che fosse favorevole all’uscita e altre, altrettanto vicine, certe che volesse restare nell’Unione Europea. La celebre frase ‘Non capisco perché non possiamo semplicemente uscirne’, pronunciata anni prima del referendum e riportata dal tabloid Sun, non indicava necessariamente una posizione politica ideologica. Quel commento rifletteva piuttosto una certa esasperazione per il funzionamento di alcune istituzioni europee, in un momento in cui il termine Brexit non esisteva nemmeno”.
Hardman parla qui della successione di re Carlo III, una transizione fluida, priva di quel panico che molti avevano previsto. “Carlo ha saputo porsi come un faro di stabilità, gestendo con grazia il passaggio del testimone proprio mentre il Paese affrontava, e tuttora sta affrontando, forti turbolenze politiche”. Mentre il Regno Unito guarda alla prossima visita del re negli Stati Uniti prevista dal 27 al 30 aprile, lo scrittore evidenzia come la monarchia continui a svolgere quel ruolo di “servizio pubblico invisibile che Elisabetta ha incarnato per sette decenni. La sua decisione storica di pagare le tasse dal 1992, nonostante il parere contrario del premier John Major, rimane uno dei simboli della sua volontà di restare in sintonia con il proprio popolo. Decise di farlo comunque, nonostante non fosse obbligata, perché sentiva che era la cosa giusta da fare”.
Infine, guardando ai 71 anni di regno, si avrebbe l’impressione che Elisabetta abbia speso la maggior parte della sua influenza a risolvere conflitti familiari interni, tra tutti il divorzio tra Carlo e Diana, che ad intervenire su questioni geopolitiche internazionali, essendo lei stata capo della monarchia britannica, ma anche di Stato e della Chiesa. “Noi dei media guardiamo molto ai drammi familiari perché fanno audience – conclude il biografo – e come ogni famiglia anche la sua ha avuto i suoi problemi, che però erano sempre sotto l’occhio di tutti. Ma la maggior parte della sua vita è stata dedicata a far andare avanti le cose, come diciamo noi qui ‘keeping the show on the road’, mantenendo il Governo e la Nazione stabili. C’è molto della monarchia che non vediamo, come la nomina di ammiragli, generali e ambasciatori o la firma di documenti di Stato. Ha creato intorno all’apparato statale un senso di affidabilità. Non a caso, quando è morta, nella stessa settimana in cui abbiamo cambiato premier, tutto è andato avanti con stabilità, senza panico. Lei odiava il panico e non era un’interventista. Il suo messaggio era: ‘Mantenete la calma e andate avanti’ ossia keep calm and carry on”. (di Alessandro Allocca)
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