{"id":84436,"date":"2026-06-01T06:08:51","date_gmt":"2026-06-01T06:08:51","guid":{"rendered":"https:\/\/ciaoup.it\/?p=84436"},"modified":"2026-06-01T06:08:51","modified_gmt":"2026-06-01T06:08:51","slug":"marilyn-monroe-oggi-i-100-anni-della-star-del-desiderio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/ciaoup.it\/?p=84436","title":{"rendered":"Marilyn Monroe, oggi i 100 anni della star del desiderio"},"content":{"rendered":"<p> (Adnkronos) &#8211;<br \/>\nCento anni di Marilyn Monroe. Il 1\u00b0 giugno 1926 nasceva a Los Angeles Norma Jeane Mortenson. Oggi il mondo continua a chiamarla Marilyn Monroe. Non \u00e8 soltanto il segno di un nome d\u2019arte riuscito, ma la prova di un fenomeno rarissimo: la trasformazione di una persona in simbolo universale. Marilyn non appartiene pi\u00f9 soltanto alla storia del cinema, n\u00e9 semplicemente alla cultura popolare del Novecento. Appartiene all\u2019immaginario collettivo, a quella zona misteriosa in cui convivono desiderio, malinconia, bellezza e tragedia. Poche figure del secolo scorso hanno saputo incarnare cos\u00ec perfettamente le contraddizioni della modernit\u00e0: l\u2019innocenza e l\u2019erotismo, la vulnerabilit\u00e0 e la potenza mediatica, la ricerca disperata d\u2019amore e l\u2019impossibilit\u00e0 di trovarlo.\u00a0<\/p>\n<p>A cent\u2019anni dalla nascita, Marilyn Monroe continua a essere ovunque. Nelle fotografie moltiplicate all\u2019infinito, nelle citazioni artistiche, nei musei, nelle aste milionarie, nelle serie televisive, nei saggi femministi e nei social network. \u00c8 una presenza permanente. Eppure, dietro quella celebrit\u00e0 assoluta, dietro il sorriso inclinato e lo sguardo lattiginoso che prometteva desiderio senza minaccia, resta il volto di una bambina abbandonata che non smise mai di chiedere protezione.\u00a0<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>La storia di Marilyn comincia infatti nella precariet\u00e0. Figlia di Gladys Monroe, cresciuta senza un padre riconosciuto &#8211; probabilmente Stanley Gifford, collega della madre presso la Consolidated Film Industries &#8211; Norma Jeane trascorse l\u2019infanzia tra famiglie affidatarie, orfanotrofi e case temporanee. La madre, affetta da gravi disturbi psichici, venne ricoverata quando lei era ancora molto piccola. La futura diva impar\u00f2 presto cosa significasse sentirsi di troppo, non appartenere a nessun luogo, vivere nella paura di essere nuovamente respinta. Molti anni pi\u00f9 tardi, nelle interviste, avrebbe raccontato episodi traumatici, abusi, umiliazioni, la sensazione costante di essere invisibile. Non importa stabilire quanto, in quei racconti, vi fosse memoria precisa o ricostruzione emotiva: ci\u00f2 che emergeva era un nucleo profondo di solitudine. Quella solitudine la accompagn\u00f2 sempre, anche quando il mondo intero sembrava desiderarla.\u00a0<\/p>\n<p>Nel 1942, appena sedicenne, spos\u00f2 Jim Dougherty, giovane operaio destinato alla guerra nel Pacifico. Fu un matrimonio di protezione pi\u00f9 che d\u2019amore, un tentativo di trovare una stabilit\u00e0 che non aveva mai conosciuto. Due anni dopo, mentre il marito era al fronte, Norma Jeane lavorava in una fabbrica di paracadute. Fu l\u00ec che avvenne il primo miracolo della sua vita: un fotografo inviato per documentare il contributo femminile allo sforzo bellico not\u00f2 quella ragazza dai capelli castani e dal sorriso luminoso. La macchina fotografica sembr\u00f2 capire immediatamente ci\u00f2 che Hollywood avrebbe compreso poco dopo: il volto di Norma Jeane possedeva qualcosa di irripetibile.\u00a0<\/p>\n<p>Cominci\u00f2 cos\u00ec la carriera di modella. La giovane impar\u00f2 rapidamente a stare davanti all\u2019obiettivo. Non era soltanto bella: aveva un\u2019intelligenza istintiva dell\u2019immagine. Sapeva come inclinare il viso, come suggerire vulnerabilit\u00e0 senza perdere seduzione, come trasformare la posa in racconto. I fotografi compresero che quella ragazza riusciva a oltrepassare la fissit\u00e0 della fotografia. Sembrava viva anche nell\u2019immobilit\u00e0.\u00a0<\/p>\n<p>Nel 1946 arriv\u00f2 il contratto con la 20th Century Fox. Fu allora che Norma Jeane divent\u00f2 Marilyn Monroe. Un nuovo nome, capelli schiariti, una voce costruita come un soffio sensuale, una camminata oscillante destinata a entrare nella leggenda. Hollywood stava creando il proprio sogno biondo.\u00a0<\/p>\n<p>Ma Marilyn non voleva essere soltanto un corpo da esibire. Dietro l\u2019immagine della pin-up si nascondeva una fame autentica di cultura e riconoscimento artistico. Studiava recitazione, leggeva, frequentava corsi teatrali all\u2019Actors Lab di Los Angeles. Era terrorizzata dall\u2019idea di apparire stupida. La sua insicurezza culturale divenne una ferita costante. Chi la incontrava restava spesso sorpreso dalla distanza tra il personaggio pubblico e la donna reale: timida, ansiosa, vulnerabile, ossessionata dal bisogno di essere presa sul serio.\u00a0<\/p>\n<p>I primi ruoli furono brevi apparizioni. Poi arrivarono due film fondamentali nel 1950: &#8220;Giungla d\u2019asfalto&#8221; di John Huston e &#8220;Eva contro Eva&#8221; di Joseph L. Mankiewicz. Bastarono pochi minuti sullo schermo per renderla indimenticabile. In &#8220;Giungla d\u2019asfalto&#8221; era Angela, amante sensuale e infantile di un avvocato corrotto; in &#8220;Eva contro Eva&#8221; interpretava una giovane attricetta inconsapevolmente comica. Hollywood aveva trovato la propria creatura perfetta: una donna capace di apparire contemporaneamente ingenua e pericolosa, candida e provocante.\u00a0<\/p>\n<p>Negli anni successivi, per\u00f2, Marilyn rischi\u00f2 di diventare prigioniera della propria immagine. I produttori vedevano in lei soprattutto la \u201cbionda svampita\u201d, figura erotica rassicurante per l\u2019America conservatrice degli anni Cinquanta. La sua sensualit\u00e0 non era aggressiva: sembrava infantile, accessibile, quasi smarrita. Fu questo l\u2019elemento decisivo del suo successo. Marilyn permetteva agli uomini di desiderarla senza sentirsi minacciati, e alle donne di identificarvisi senza percepirla come distante. Era insieme dea e ragazza della porta accanto.\u00a0<\/p>\n<p>Nel 1953 avvenne la consacrazione definitiva. &#8220;Niagara&#8221; la trasform\u00f2 in una dark lady esplosiva e inquietante: l\u2019abito rosso, la celebre camminata ripresa da dietro, il magnetismo quasi animalesco. Nello stesso anno uscirono &#8220;Gli uomini preferiscono le bionde&#8221; e &#8220;Come sposare un milionario&#8221;, che fissarono per sempre il suo personaggio pubblico. In &#8220;Gli uomini preferiscono le bionde&#8221;, accanto a Jane Russell, Marilyn raggiunse la perfezione comica. Lorelei Lee, cacciatrice di milionari tanto superficiale quanto lucidissima, era una caricatura intelligente dell\u2019America consumista. Quando canta &#8220;Diamonds Are a Girl\u2019s Best Friend&#8221;, avvolta nel celebre abito rosa shocking, il cinema entra nella mitologia.\u00a0<\/p>\n<p>Eppure, mentre il mondo rideva e si innamorava, Marilyn continuava a sentirsi inadeguata. Non sopportava la superficialit\u00e0 con cui gli studios la trattavano. Voleva ruoli drammatici, personaggi complessi, possibilit\u00e0 di crescita artistica. I conflitti con la Fox si fecero sempre pi\u00f9 aspri. Nel frattempo, la sua vita privata diventava materiale da tabloid.\u00a0<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>Il matrimonio con Joe DiMaggio, leggenda del baseball americano, fu seguito come una favola nazionale. Lui introverso, silenzioso, tradizionale. Lei la donna pi\u00f9 desiderata del pianeta. La relazione, per\u00f2, si rivel\u00f2 presto soffocante. L\u2019episodio simbolo fu la celeberrima scena di &#8220;Quando la moglie \u00e8 in vacanza&#8221; di Billy Wilder: Marilyn sopra la grata della metropolitana, la gonna bianca sollevata dal vento, la folla impazzita attorno al set. Quell\u2019immagine &#8211; tra le pi\u00f9 famose della storia del cinema &#8211; segn\u00f2 anche la fine del matrimonio. DiMaggio visse quella spettacolarizzazione del corpo della moglie come un\u2019umiliazione intollerabile.\u00a0<\/p>\n<p>Nel 1955 prese una decisione rivoluzionaria: lasci\u00f2 Hollywood e si trasfer\u00ec a New York per studiare all\u2019Actors Studio con Lee Strasberg. Fu un gesto coraggioso, quasi scandaloso per una star del suo livello. Marilyn voleva dimostrare di essere un\u2019attrice autentica. Fond\u00f2 anche una propria casa di produzione, sfidando il sistema degli studios. Per una donna degli anni Cinquanta era un atto di straordinaria indipendenza.\u00a0<\/p>\n<p>Da quella fase nacque &#8220;Fermata d\u2019autobus&#8221;, probabilmente la sua interpretazione pi\u00f9 sottovalutata. Nel personaggio della fragile cantante Ch\u00e9rie emergeva finalmente una dimensione nuova: malinconica, stanca, profondamente umana. Fran\u00e7ois Truffaut scrisse che Marilyn possedeva qualcosa \u201ctra Chaplin e James Dean\u201d. Non era un\u2019esagerazione. Come Chaplin, trasformava il dolore in grazia comica; come James Dean, emanava una vulnerabilit\u00e0 contemporanea, quasi autodistruttiva.\u00a0<\/p>\n<p>In quegli anni conobbe Arthur Miller, il pi\u00f9 importante drammaturgo americano del tempo. Il loro matrimonio sembr\u00f2 l\u2019unione impossibile tra intelligenza e sensualit\u00e0, tra letteratura e cultura popolare. La stampa li insegu\u00ec con feroce curiosit\u00e0. Molti ironizzavano sul fatto che un intellettuale raffinato potesse amare una diva considerata superficiale. In realt\u00e0, Miller vedeva in Marilyn una creatura molto pi\u00f9 complessa di quanto il pubblico immaginasse. Ma anche quella relazione fin\u00ec lentamente soffocata dalle incomprensioni, dalla depressione, dalla dipendenza da farmaci.\u00a0<\/p>\n<p>Nel frattempo, sullo schermo, Marilyn raggiungeva il vertice assoluto della propria arte. &#8220;A qualcuno piace caldo&#8221; di Billy Wilder, nel 1959, resta una delle pi\u00f9 grandi commedie della storia del cinema. La lavorazione fu infernale: ritardi, crisi di panico, amnesie, insicurezze. Eppure, davanti alla macchina da presa, Marilyn sembrava toccata da una forma misteriosa di perfezione. La sua Sugar Kane \u00e8 insieme irresistibilmente comica e tragicamente fragile. Quando canta &#8220;I Wanna Be Loved by You&#8221;, con quella voce sospesa tra innocenza e desiderio, il personaggio diventa il riassunto perfetto dell\u2019intera sua esistenza: una donna che chiede amore mentre il mondo la trasforma in fantasia erotica.\u00a0<\/p>\n<p>L\u2019ultimo grande film fu &#8220;Gli spostati&#8221;, scritto da Arthur Miller e diretto da John Huston. Un\u2019opera crepuscolare, attraversata da un senso di fine imminente. Marilyn vi appare diversa: pi\u00f9 vera, pi\u00f9 vulnerabile, quasi consumata interiormente. Il bianco e nero di Russell Metty registra ogni ombra del suo volto come un documento emotivo. Sul set, l\u2019attrice era ormai allo stremo. L\u2019abuso di barbiturici e alcol, l\u2019ansia cronica, la depressione, la paura di non essere pi\u00f9 amata stavano devastando la sua vita.\u00a0<\/p>\n<p>Dopo &#8220;Gli spostati&#8221;, tutto precipit\u00f2. Il divorzio da Miller. Il ricovero in una clinica psichiatrica vissuto come un trauma. Il ritorno di Joe DiMaggio, che tent\u00f2 di proteggerla. I rapporti chiacchierati con John Fitzgerald Kennedy e Robert Kennedy. Le assenze sul set di &#8220;Something\u2019s Got to Give&#8221;. E infine quella sera del 19 maggio 1962, al Madison Square Garden, quando Marilyn apparve davanti a migliaia di persone per cantare &#8220;Happy Birthday, Mr. President&#8221; a Kennedy. Avvolta in un abito color carne tempestato di cristalli, sembrava contemporaneamente una dea e un fantasma. Era gi\u00e0 diventata leggenda mentre era ancora viva.\u00a0<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p>Mor\u00ec nella notte tra il 4 e il 5 agosto 1962, nella sua casa di Brentwood, a Los Angeles. Aveva trentasei anni. La causa ufficiale fu \u201cprobabile suicidio\u201d per overdose di barbiturici, ma attorno alla sua morte nacquero immediatamente sospetti, teorie, ossessioni collettive. Ancora oggi, il mistero continua ad alimentare libri, documentari e congetture.\u00a0<\/p>\n<p>Ma forse il vero enigma non riguarda la sua morte. Riguarda la sua permanenza. Perch\u00e9 Marilyn Monroe non \u00e8 scomparsa insieme al suo tempo. Al contrario, sembra diventare pi\u00f9 contemporanea con il passare dei decenni. Il maestro della Pop Art Andy Warhol la trasform\u00f2 in icona seriale, riproducendone il volto come un prodotto industriale e insieme sacro. La cultura pop ne ha fatto un simbolo assoluto. Ma ogni generazione continua a ritrovare in lei qualcosa di diverso: l\u2019emblema del desiderio maschile, la vittima del patriarcato hollywoodiano, la donna che cerc\u00f2 di emanciparsi dal proprio stereotipo, l\u2019artista fragile divorata dalla fama.\u00a0<\/p>\n<p>Forse il motivo della sua immortalit\u00e0 sta proprio nell\u2019impossibilit\u00e0 di ridurla a una sola definizione. Marilyn era contemporaneamente autentica e costruita, intelligente e infantile, fortissima e fragilissima. Era una donna che aveva compreso il potere dell\u2019immagine meglio di chiunque altro, ma che non riusc\u00ec mai a proteggersi da quel potere. Lo scrittore Truman Capote, che la conobbe davvero, scrisse di aver visto in lei \u201cuna bellissima bambina\u201d. \u00c8 probabilmente la descrizione pi\u00f9 esatta. Dietro il mito, dietro la sensualit\u00e0 perfetta, dietro il sorriso da copertina, c\u2019era una bambina che non smise mai di sentirsi abbandonata. (di Paolo Martini)\u00a0<\/p>\n<p>&#8212;<\/p>\n<p>spettacoli<\/p>\n<p>webinfo@adnkronos.com (Web Info)<\/p>\n<div style=\"display:flex; gap:10px;justify-content:center\" class=\"wps-pgfw-pdf-generate-icon__wrapper-frontend\">\n\t\t<a  href=\"https:\/\/ciaoup.it?action=genpdf&amp;id=84436\" class=\"pgfw-single-pdf-download-button\" ><img src=\"https:\/\/ciaoup.it\/wp-content\/plugins\/pdf-generator-for-wp\/admin\/src\/images\/PDF_Tray.svg\" title=\"Generate PDF\" style=\"width:auto; height:45px;\"><\/a>\n\t\t<\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>(Adnkronos) &#8211; Cento anni di Marilyn Monroe. 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