Dalla firma alla terapia: la strada del 5×1000 per diventare ricerca

Dalla firma alla terapia: la strada del 5×1000 per diventare ricerca

COMUNICATO STAMPA – CONTENUTO PROMOZIONALE

Roma, 6 luglio 2026 – Una firma sul modello 730 dura pochi secondi. Il percorso che quella firma innesca, invece, può estendersi per anni e attraversare uffici ministeriali, commissioni scientifiche internazionali e laboratori. È una filiera che la maggior parte dei contribuenti immagina opaca, quando non inesistente, e che alimenta il sospetto ricorrente sul fatto che quei fondi finiscano chissà dove. La realtà è più ordinata e tracciabile di quanto si creda, e ricostruirne i passaggi aiuta a capire perché il 5×1000 sia uno degli strumenti di sostegno alla ricerca più verificabili a disposizione del cittadino. 

 

Tutto comincia con l’Agenzia delle Entrate, che raccoglie le scelte espresse nelle dichiarazioni dei redditi e le aggrega per ente beneficiario.  

 

A ciascuna organizzazione spettano tre componenti: la quota delle scelte dirette, cioè dei contribuenti che ne hanno indicato il codice fiscale, una quota proporzionale delle firme generiche apposte alla categoria senza codice fiscale, e una parte derivante dalla ripartizione degli importi inferiori a cento euro. La somma di queste tre voci costituisce l’importo erogabile, che viene reso pubblico negli elenchi ufficiali insieme al numero di preferenze ricevute da ogni ente. 

 

I tempi di questo primo tratto sono lunghi e regolati per legge. L’erogazione avviene di norma nella seconda metà dell’anno successivo alla dichiarazione, dopo le verifiche sugli elenchi e l’accreditamento dei beneficiari. La normativa più recente ha accorciato l’attesa rispetto al passato, ma resta un intervallo fisiologico che separa la firma dall’arrivo effettivo delle risorse. È un dettaglio che spiega perché gli enti programmino i propri bandi su un orizzonte pluriennale, contando su un flusso prevedibile più che su incassi immediati. 

 

Una volta che le risorse raggiungono un ente di ricerca, il passaggio decisivo è la selezione dei progetti da finanziare. Ed è qui che la filiera mostra il suo meccanismo più rigoroso. Chi sceglie di devolvere il 5 x 1000 a Fondazione Telethon, per fare un esempio documentato, alimenta un processo di selezione fondato sulla revisione tra pari, la cosiddetta peer review, mutuata dalle principali agenzie internazionali di finanziamento della ricerca come i National Institutes of Health statunitensi. I progetti presentati dai ricercatori vengono valutati da una commissione medico-scientifica e da una rete di revisori esterni, scelti tra esperti internazionali privi di conflitti di interesse rispetto alle proposte in esame. 

 

I numeri di questo filtro danno la misura della sua selettività. In un recente bando multi-round, a fronte di 127 proposte ricevute ne sono state finanziate 22, suddivise tra ricerca di base e ricerca preclinica, per un totale di quasi 4 milioni di euro. La valutazione è stata affidata a una commissione composta da decine di membri, affiancata da quasi duecento revisori esterni attinti da una banca dati che conta circa novemila specialisti. È un processo che premia il merito scientifico e le potenzialità di arrivare a una cura, e che scarta la maggioranza delle proposte: esattamente ciò che distingue un finanziamento alla ricerca da una distribuzione indifferenziata di fondi. 

 

L’ultimo tratto della filiera è quello che trasforma un progetto finanziato in un risultato concreto, e qui i tempi si dilatano ulteriormente. La ricerca di base studia i meccanismi molecolari all’origine delle malattie, spesso senza un’applicazione immediata; quella preclinica e traslazionale costruisce su quelle basi lo sviluppo di potenziali terapie. Solo una frazione dei progetti arriva fino alla sperimentazione clinica, e una frazione ancora più piccola fino a un farmaco approvato. La filiera, in altre parole, ha un imbuto molto stretto alla sua estremità, ma quando produce risultati questi possono cambiare la storia di una malattia. 

 

Un caso recente rende tangibile l’intero percorso. Nel dicembre 2025 la Fondazione Telethon è diventata la prima organizzazione non profit autorizzata dalla Food and Drug Administration statunitense a distribuire negli Stati Uniti una terapia genica, sviluppata per la rara sindrome di Wiskott-Aldrich. Si tratta di un traguardo costruito su decenni di ricerca avviata negli anni Novanta, alimentata dalla raccolta fondi e dalle scelte dei cittadini. Dalla nascita, l’ente ha investito 790 milioni di euro in ricerca, finanziando oltre 3.100 progetti, un capitale costruito in larga parte sulle donazioni private. 

 

Ciò che distingue questo percorso da una scatola nera è la sua rendicontabilità. Gli enti che ricevono il 5×1000 sono tenuti a rendicontare l’uso dei fondi alle amministrazioni competenti, secondo linee guida ministeriali che variano in base all’entità del contributo ricevuto, e a pubblicare i documenti relativi. Il contribuente che lo desideri può quindi ripercorrere, almeno nella dimensione aggregata, il destino della propria quota, verificando la coerenza tra la missione dichiarata da un ente e le attività effettivamente svolte. 

 

È questa tracciabilità a rendere la firma sul 5×1000 qualcosa di diverso da un atto di fede. La strada che separa la dichiarazione dei redditi dal laboratorio è lunga, costellata di filtri e di tempi tecnici, ma è una strada percorribile e documentata in ogni suo tratto. Conoscerla cambia il modo in cui si guarda a quei pochi secondi spesi a firmare un riquadro: non un gesto simbolico, ma l’innesco di un meccanismo che, nel migliore dei casi, arriva fino a una cura. 

Contatti:
Fondazione Telethon
https://www.fondazionetelethon.it/sostienici/5xmille/
 

COMUNICATO STAMPA – CONTENUTO PROMOZIONALE

Responsabilità editoriale di Fondazione Telethon

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